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Mostre

MOSTRE

A cura di Adriano Bimbi e Antonio Natali.

Nella ricorrenza del primo anniversario della morte del maestro Sergio Vacchi, il 15 gennaio 2017, la Fondazione Vacchi con il patrocinio dell’Accademia delle Arti del Disegno, del Comune di Monteroni d’Arbia e della Regione Toscana, intende ricordare l’artista con una giornata di studio alla quale interverranno amici e studiosi della sua opera e una mostra di artisti toscani affidata al critico d’arte Nicola Micieli che ha avuto con Vacchi un lungo rapporto di amicizia e collaborazione artistica.
Parteciperanno a questo incontro Antonio Natali, Andrea Granchi e sarà inoltre presente il Sindaco del Comune di Monteroni d’Arbia Gabriele Berni che ormai da anni con la Fondazione ha un rapporto di stima e partecipazione.
Per questa occasione, le sale espositive ed il giardino all’italiana del Castello di Grotti, ospiteranno le opere di Marcello Aitiani, Adriano Bimbi, Cesare Borsacchi, Giuseppe Calonaci, Stefano Cecchi, Renzo Galardini, Andrea Granchi, Fulvio Leoncini, Romano Masoni, Carlo Pizzichini, Augusto Perez, Stefano Tonelli e Luigi Zucconi.

Bogdanovic, Caredda, Catelli, Melarangelo, Simafra, Sorgato, Welke.
Mostra curata da Marco Tonelli.

Da sabato 13 settembre 2014 è stata inaugurata la grande collezione permanente di proprietà della Fondazione Sergio Vacchi delle opere del Maestro; Finalmente per il grande pubblico un percorso antologico nelle sale espositive del Castello di Grotti che vede susseguirsi una summa di lavori che partono dagli anni ’50 fino ad arrivare ai primi del 2000.
Secondo il giudizio dei maggiori critici italiani ed internazionali, Sergio Vacchi rappresenta una delle personalità viventi più complete e poliedriche dal punto di vista artistico e la Fondazione che porta il suo nome propone ai visitatori le opere più rappresentative e significative del suo percorso.

La Fondazione Sergio Vacchi, in collaborazione con la Werkstatt Galerie di Berlino, presenta una mostra dedicata alla pittura “gestuale” di Rudolf zur Lippe, che si terrà dal 3 agosto al 3 settembre 2012 nei locali adiacenti al Castello di Grotti, con inaugurazione venerdì 3 agosto alle ore 17.
Questa esposizione si concentra sull’ultima evoluzione dello stile dell’artista, maturato dopo un lungo percorso di lavoro che iniziò con la pittura astratta: la prima mostra si tenne nel 1964 nella Galerie Grisebach, a Heidelberg.
Dopo decenni che lo hanno visto impegnato in attività artistiche diverse – come la creazione di collage, di film, di esposizioni su argomenti scientifici, di disegni ecc., dal 2003 Rudolf zur Lippe si concentra sul lavoro con pennelli e inchiostro cinese su rotoli di carta da imballaggio, solitamente di una lunghezza di tre metri. In un primo momento i movimenti calligrafici erano la trasposizione dell´entusiasmo di stormi di uccelli che si alzavano in volo. Oggi i gesti molto ampi parlano anche del vissuto di fenomeni diversi – nella natura e nell´immaginazione. I gesti si trasformano quindi in figure, i movimenti delle braccia e delle mani raccolgono le energie che vengono trasferite sui rotoli di carta. Nascono così opere che sono caratterizzate da continuità e fluidità dei movimenti: non vengono seguiti schemi rigidi, poiché l’artista è abituato a riflettere e a rapportarsi con diverse discipline, essendo Rudolf zur Lippe anche uno stimato filosofo, storico ed economista.
Il pittore segue il suo istinto, e trasmette sui rotoli le sue emozioni e le sue esperienze passate, creando opere d’arte di una raffinatezza e di una sensibilità ineguagliabili.
Dapprima erano solo stormi in volo, ora sono movimento e leggiadria.
Tali opere creano “ordini diversi”, potremmo dire più liberi, soprattutto nel confronto con quelli “meccanici” che hanno predominato sin dall’invenzione della prospettiva centrale, dei sistemi assiali e degli onnipresenti disegni geometrici, la cui marcia trionfale va avanti dal Rinascimento sino ai giorni nostri, caratterizzati dal dominio tecnologico, che Rudolf zur Lippe analizza e riflette criticamente nel suo lavoro come storico, filosofo ed economista.
Dopo che le sue istallazioni hanno coperto la facciata bruciata della Biblioteca di Sarajevo, le mura all´interno della chiesa “Marktkirche” di Hannover e quelle nelle miniere Kane a Rammelsberg, Rudolf zur Lippe è rappresentato oggi dalla Werkstatt Galerie di Berlino. Vive e lavora a Klosterhude e Berlino.
Ultime mostre di Rudolf Zur Lippe:
2010: Werkstatt Galerie, Berlin
2011: Galerie Modem, Paris
Art Vilnius II
In Between, Hallen am Brandshofer Deich, Hamburg
2012: Akademie der Künste, Vilnius
KCCC (Kunsthalle), Kleipeda
Art Vilnius III
Fondazione Vacchi, Siena.


Adriano Bimbi (a cura di)
Più lontano da qui. Studi di paesaggio

Edizioni Polistampa
Firenze 2009, pp. 64

A dieci anni dall’inizio della sua attività la Fondazione Sergio Vacchi intende quest’anno presentare dal 5 settembre al 30 ottobre 2009 un’esposizione delle opere recenti di Adriano Bimbi presso le scuderie del Castello di Grotti.
La mostra, che sarà trasferita in dicembre presso la Galleria 9 in Anna- Louisa-Karsch-Strasse di Berlino, è documentata con il catalogo edito da Polistampa in cui saranno pubblicate tutte le opere in mostra, oltre al saggio storico critico a cura del Prof. Enrico Crispolti.
A seguito di un percorso iniziato nel 1999 con una esposizione su tutta l’opera grafica di Francisco Goya (250 incisioni provenienti dal Prado), la Fondazione Vacchi intende proseguire il proprio cammino di Centro per le Arti nella realizzazione di eventi teatrali, musicali ed espositivi di straordinario interesse culturale sia per la regione Toscana che per un pubblico attento e sensibile alle proprie memorie storiche.
Il tema “studi di paesaggio” è stato trattato da Adriano Bimbi su numerose carte e piccoli bronzetti in un lavoro in divenire, come se le immagini da lui rappresentate restituissero il senso della visione percepita; una visione quindi non del reale ma delle emozioni che essa suscita attraverso i suoi significati. L’artista pare sia interessato dagli ineluttabili contrasti, dai contrari accidenti che intercorrono tra gli elementi della natura e i segni dell’uomo nel paesaggio.
Illuminante a questo proposito è l’affermazione da lui più volte ripetuta: “Non posso fare a meno della realtà anche se tutta la mia vita l’ho costruita con l’immaginazione”.
Adriano Bimbi è nato a Bibbona, un piccolo paese tra la costa e la campagna livornese, nel 1952. Non ha avuto studi regolari e l’indicazione datagli alla fine della scuola media di dedicarsi all’arte perché altro non avrebbe saputo fare gli è valsa la decisione di tentare di iscriversi all’Accademia di Belle Arti di Firenze. Ha studiato per pittore con il maestro Fernando Farulli e, finita l’Accademia, da autodidatta, si è messo a fare lo scultore. Il prof. Renzo Federici ha presentato la sua prima mostra ma è stato Mario De Micheli il suo vero precettore. A lui deve le sue prime ed importanti esposizioni alla Galleria Fante di spade, alla Permanente, al Palazzo della Triennale, alla Galleria Valentini, tutte nella città di Milano, ma anche a Padova, Asti, Torino, Genova. Ha realizzato monumenti per le città di Albenga, Cremona e Cesena.La Galleria L’affresco di Montecatini Terme lo ha portato in giro per fiere d’arte all’expo di Bari, alla FIAC di Parigi, all’Artefiera di Bologna. L’architetto Marisa Zattini ne ha curato le mostre a Cesena, alla Fortezza di Castrocaro Terme, a San Gimignano, a Forlì e a Sarsina. Vinicio Chiari e Fosco Masini, cultori d’arte in Firenze, ai quali è legato da una profonda amicizia, hanno contribuito alle recenti esposizioni a Münster, a New York e a Bruxelles.
Oggi vanta una riconosciuta considerazione come didatta, docente presso l’Accademia di Belle Arti di Firenze.




Enrico Crispolti (a cura di)
L’arto fantasma

Protagon Editori Toscani
Siena 2008, pp. 64

Cinque giovani artisti tutti diplomati all’Accademia di Belle Arti di Firenze presso la scuola di pittura del Prof. Adriano Bimbi, Elisa Zadi, Sandro Palmieri, Lorenzo Barbieri, Roberto Caruso, Luca Maceri, sperimentano il loro percorso artistico con un tema terribilmente attuale: le mine antiuomo, ovvero “la guerra dopo la guerra”.
Le mine inesplose sono un ricordo della guerra ben conosciuto in molti Paesi. abbandonate alla fine del conflitto, questi ordigni non hanno dispositivi di autodistruzione, e possono restare nascosti nel terreno anche per decenni. Molti ordigni hanno un aspetto ingannevole e sono fatti in modo da scoppiare non appena manomessi. Le mine antiuomo, l’arma della «guerra dei vili», costituiscono un dramma permanente di dimensioni planetarie. In più di trenta paesi, anche in tempo di pace, le mine antiuomo uccidono e mutilano, senza distinzioni, civili e militari, donne e bambini. La proliferazione sconsiderata di queste armi proibite impedisce il ritorno alla vita normale e ritarda il reinserimento dei profughi. Nel Terzo mondo, le sue vittime sono soprattutto pastori nomadi e famiglie contadine, che vivono del prodotto delle loro terre. Quest’arma ha fatto drammatiche stragi in Afghanistan, Cambogia, Angola, Somalia, Etiopia, Sudan, Uganda, Ruanda, Mozambico, Nicaragua, Laos, Salvador, Vietnam, Irak, Iran, Sri Lanka, Birmania, Bosnia-Erzegovina eccetera. Le vittime hanno in comune la povertà, la condizione di non combattenti, la dipendenza dalla terra e l’incapacità non solo di sfuggire a un sanguinoso destino, ma anche di farlo conoscere al resto del mondo. Eppure non si tratta di casi isolati, ma di intere comunità che sono state così decimate. Quello che la Fondazione Vacchi si prefigge con questa manifestazione è di continuare a ricordare e cercare di aiutare queste popolazioni, avvicinare il nostro paese, già molto attento e solidale con i paesi meno fortunati, ad una realtà purtroppo sempre troppo attuale. Le tele di questi giovani artisti hanno lo scopo di avvicinare il visitatore ad altre realtà atroci, per non dimenticare, per far sì che queste popolazioni possano continuare a sperare in una fine di questi orribili e barbari ordigni bellici.
I dipinti che saranno in mostra alla Fondazione ci presenteranno una variegata galleria di esistenze, di caratteri, di destini. La luce dei colori, plasmando gli arti fantasma delle vittime li renderà vivi e palpitanti come realmente sono, a dispetto delle guerre e delle mine i corpi rappresentati chiusi e contratti, presenteranno il senso della vita, la linfa che continua a vivere, il desiderio di esistere malgrado tutto. La Fondazione Vacchi ospiterà inoltre durante l’inaugurazione l’ambasciatore in Italia della Cambogia, il quale ha accettato con grande entusiasmo all’iniziativa.




Nicola Micieli (a cura di),
Pizzichini, transiti e metamorfosi del segno

Edizioni Fondazione Vacchi
Castello di Grotti 2007, pp. 64

Ville di Corsano (Siena) – Dal 28 luglio al 30 settembre 2007 la Fondazione Vacchi con sede presso il Castello di Grotti, a circa dieci chilometri da Siena, ospita la mostra personale dell’artista senese Carlo Pizzichini, dal titolo: “Transiti e Metamorfosi del Segno”.
Nelle suggestive ed antiche sale delle scuderie e della tinaia vengono presentati dipinti di grande dimensione, disposti sulle pareti incorniciate dalle monumentali volte a mattoni. All’ingresso, ad accogliere il visitatore, un’installazione di vecchi legni che formano una zattera, sulla quale poggiano solitarie scatole vuote di terracotta e bronzo: è “la deriva delle cose” costituita da “immaginari viaggi”. Tra le colonne stanno come ormeggiate altre navicelle, disposte come una flotta in partenza per mete lontane: queste “trasportano” una distesa di grandi piatti e “medaglioni” in ceramica, frutto del rapporto intenso che l’artista intrattiene con il savonese, in particolare con Albissola e Celle, dove regolarmente lavora con la terra, i colori e gli smalti. Nella bottega “Il Tondo”, in riva al mare, Pizzichini esegue vasi e piatti con un ritmo “segnico” personalissimo, di matrice quasi orientale e di grande fascino.
Un’altra navicella raccoglie invece la serie delle ceramiche “Arcaiche”: modellazioni, vasi e canopi in terra nera e “ad ingobbio”, che richiamano immediatamente la radice etrusca dell’artista.
Un artista, come detto, legato profondamente alle terre di Siena, ma che nei suoi venticinque anni di attività ha, con costanza, messo a confronto proprio questa sua “toscanità” con contesti e situazioni culturali diverse e contrastanti. Forse, proprio da questo appariscente incontro di “culture” deriva la semplicità, anche se estremamente ricca, di alcune grandi tele esposte alle pareti.
Sculture in legno dipinto, sfere, vasi ed altri oggetti in ceramica smaltata e “ad ingobbio”, tavolette in terracotta che sembrano recare antiche scritture, grandi sculture in ferro e bronzo allestite nel giardino romantico del Castello ed altre opere rappresentanti la recente produzione dell’artista fanno di questa esposizione un motivo di visita.
L’autore del primo drappellone, nella secolare storia del Palio di Siena, dipinto anche sul retro “ritorna” nella sua terra d’origine dopo ben sedici anni di assenza. Vi si ri-presenta dopo aver “vagato” per l’Europa, per importanti incarichi ed esposizioni e per la sua incessante ed inesausta ricerca artistica e formale, con una “mostra-evento” completa, in cui un implementato ventaglio di superfici e di materiali accoglie, come nota Nicola Micieli, curatore della mostra e del catalogo, “i transiti e le metamorfosi del segno” di Carlo Pizzichini, uno degli indiscussi protagonisti nel panorama artistico internazionale.




Nicola Micieli (a cura di),
Irving Petlin Opere 1960 - 1971

Edizioni Fondazione Vacchi
Castello di Grotti 2006, pp. 48

La Fondazione Vacchi rende omaggio al pittore americano Irving Petlin, nato a Chicago nel 1934 e vissuto tra l’America e l’Europa, le due patrie dove è stato ed è tuttora felicemente attivo.
Di Petlin la Fondazione Vacchi propone, attingendo alle proprie raccolte, un nucleo assai significativo, per quanto non fitto, di dipinti: tredici opere ad olio (su tela e su carta) e un pastello. Si tratta di un rapido sguardo retrospettivo, una piccola finestra tra le colline senesi che si apre sul lavoro assiduo di questo maestro orgoglioso del proprio statuto di pittore e disegnatore.
Nel corso di mezzo secolo Irving Petlin ha tenacemente sostenuto la centralità della pittura e del disegno, da maestro creatore di vigorose partiture nella tradizione di Odilon Redon, James Ensor e Francis Bacon. Petlin si è affidato alla qualità evocativa e al potere di interlocuzione critica del linguaggio figurativo, impegnandosi a cogliere e a restituire, attraverso una visione dilatata in chiave immaginaria, quei climi e quegli eventi del suo tempo la cui portata politica assume un’estensione planetaria. Petlin ha navigato controcorrente nella pittura americana dagli anni Cinquanta a oggi. Si è mosso nel versante della figurazione estranea tanto alla contaminazione oggettuale e tecnologica pop quanto al congelamento visivo iperreale di mediazione fotografica, disattendendo le prescrizioni delle nuove tendenze sollecitamente sostenute dal mercato, per dipanare, stagione dopo stagione il filo d’un proprio “ragionamento” pittorico che sa di umanesimo, in quanto riconduce puntualmente all’uomo le ragioni della forma e del linguaggio. In Italia Petlin è stato presente con una certa continuità sino allo scorcio del secolo scorso, pur non avendo ricevuto, in termini di fortuna critica e di notorietà diffusa, un riconoscimento adeguato allo spessore delle sue proposizioni tematiche e soluzioni formali.
La personale allestita al Castello di Grotti dalla Fondazione Vacchi è di sostenuto tenore, pur se circoscritta nel tempo e non di ampia estensione, ma sicuramente grazie a queste opere lo spettatore intuisce immediatamente la tensione creativa dell’artista, il privilegio concesso a se stesso nel mirare alla qualità della materia e della forma e alla sedimentazione poetica dei contenuti.




Nicola Micieli (a cura di),
Abitare il paesaggio

Edizioni Fondazione Vacchi
Castello di Grotti 2005, pp.80

Dal 30 luglio al 2 ottobre 2005 la Fondazione Sergio Vacchi ha ospitato una collettiva di giovani artisti italiani e stranieri, tutti allievi della scuola di pittura di Adriano Bimbi all’Accademia di Belle Arti di Firenze e tutti uniti nell’impegno creativo di un progetto condiviso e partecipato: il paesaggio come luogo dell’alternarsi delle stagioni, come orizzonte mobile del nostro habitat nel quale traspare l’originaria integrità e bellezza della natura.
Questo corpus di giovani artisti è nato e si è costituito nell’arco di cinque anni dapprima con il loro insediamento in piena campagna, a Tagliaferro, nei locali di una scuola elementare in disuso, e poi a Cavallina di Barberino, nel capannone di una tabaccaia egualmente dimessa.
Facendo base in quegli edifici già consacrati allo studio e al lavoro, in quegli ambienti abbandonati ma carichi di vissuto, essi stessi paesaggi nel paesaggio, nel corso di cinque anni i nostri giovani artisti hanno battuto, per penetrarli, possederli e poi dipingerli, monti, boschi, campagne, insediamenti rurali e piccoli centri del Mugello. Colpisce il loro aver lavorato con passione e dedizione ad una tematica antica e pura, assolutamente fuori dalla logica delle tendenze e delle mode, dalle strategie artistiche di provata efficacia mondana e dalle conseguenze opportunistiche del mercato; più che un lavoro e un progetto pittorico, la loro è stata una sfida, un misurarsi con la natura e le sue innumerevoli sfaccettature. Nulla da spartire dunque con il paesaggio inteso come motivo occasionale di svago, di intervallo rilassante domenicale, di bella pittura en plein air, ma paesaggio come documento storico della propria storia morfologica, della propria originaria integrità morale e bellezza.
La mostra alla Fondazione Vacchi curata dal prof. Nicola Miceli ha visto susseguirsi nelle splendide scuderie del Castello adibite a sale espositive i nomi dei giovani Arena, Barbieri, Benegiamo, Betella, Cammarano, Crescioli, Dragoni, Ishii, Lucchesi, Lutaj, Magnani, Maceri, Calmieri, Rosi, Veronesi.




Nicola Micieli (a cura di),
Perez. Opere 1973-1995

Edizioni Fondazione Vacchi
Castello di Grotti 2003, pp. 86

A tre anni dalla morte di Augusto Perez, la Fondazione Vacchi rende omaggio alla fantasia tragicamente visionaria di uno dei maggiori scultori italiani del secondo Novecento. Nel parco all’italiana del castello di Grotti, immerso nella campagna delle crete senesi, saranno esposte opere di bruciante e problematica passione mentre nelle sale interne saranno visibili la serie delle dieci Clessidre e dieci disegni. L’esposizione intende offrire al visitatore l’intero cammino scultoreo della vita di Augusto Perez attraverso un incontro con lavori carichi di tensione comunicativa e criptica, opere eloquenti che l’artista ha impresso nella storia dell’arte di questo ultimo cinquantennio.
Dopo l’esordio nel 1951, una svolta decisiva negli esiti dei suoi lavori avviene intorno alla prima metà degli anni sessanta, quando si acuisce in Perez il sentimento della tradizione plastica della scultura occidentale.
Con la serie degli Specchi (1964), l’opera dell’artista tende verso una soggettività intrisa di tensione espressiva, un lavoro che porta in superficie i problemi del dolore, della solitudine, della ricerca di una verità perduta e ritrovata.
Il vissuto che Perez immette nel crogiolo della scultura è desunto dall’ambito del quotidiano, fitto di presenze e creature, di oggetti e atti del tutto familiari e consueti, non meno che dal repertorio delle forme e delle icone, dei modelli e dei luoghi topici di cui è intessuta la storia dell’arte e che per lo scultore fanno parte di un bagaglio formativo e di una cultura altrettanto normali e confidenti. Nell’immaginario di Perez la cronaca quotidiana incrocia il mito popolato da erme e centauri, sfingi e fantastici esseri per un’ibridazione irreversibile che attualizza il passato e retrodata il presente. Il passaggio silenzioso di Perez nella scultura italiana del Novecento è sicuramente l’esempio più alto del modo riflessivo e problematico di intendere, con strumenti squisitamente estetici, la persistenza del mondo antico nello spirito moderno. Nel catalogo edito dalla Fondazione Vacchi, oltre al saggio introduttivo storico critico del curatore e di una memoria di Sergio Vacchi suo amico, saranno pubblicate tutte le opere in mostra.
A seguito di un percorso iniziato nel 1999 con una esposizione su tutta l’opera grafica di Francisco Goya (250 incisioni provenienti dal Prado), la Fondazione Vacchi intende proseguire nella realizzazione di eventi di straordinario interesse culturale sia per la regione Toscana che per un pubblico attento e sensibile alle proprie memorie storiche.




Nicola Micieli (a cura di)
Giovanni Testori al Castello di Grotti

Edizioni Fondazione Vacchi
Castello di Grotti 2002, pp. 78

Dalle stanze della Fondazione Sergio Vacchi, dai progetti delle esposizioni e dalle memorie storiche dello stesso fondatore, non poteva non nascere una mostra dedicata al grande Giovanni Testori, all’ intellettuale milanese, all’uomo di cultura del Novecento italiano nella più ampia totalità e completezza del termine. Riscoperto da Vacchi nel suo saggio sul Grunewald, Testori stesso riflettè e scrisse sulla pittura dell’amico bolognese nel 1991: I loculi della palude, ossia dello Stige, del Campo Flegreo in cui consiste, secondo Testori, la sostanza lutulenta della pittura di Vacchi.
In questa mostra vengono presentati i Nudi che Testori eseguì tra il 1972 – 1973 e la serie di ritratti che lo stesso si fece eseguire da artisti contemporanei: anche questa un'altra affinità, una comune predilezione per il ritratto: per il ‘ritrarre’e ‘farsi ritrarre’ che accomuna il pittore e lo scrittore.
Con Otto Dix, Giorgio de Chirico, Francis Bacon, Francisco Goya, Pablo Ricasso, tra gli altri assidui convitati, Giovanni Testori sbircia e guarda, posa meditando, sta sulla soglia tra il “qui” e “l’altrove” in cento ritratti o forse più, da Vacchi consacrati alla sua dramatis persona.
I suoi nudi rappresentano donne fertili, rotonde, materne con arti mozzati e sanguinolenti, protagoniste del silenzio e dell’assoluto, porte sacrificali dell’aldilà, portatici di segreti sulla miseria umana e sul mondo corrotto: Testori avvolge le sue donne nel rosso del sangue dominato da una furia distruttiva, spinge lo spettatore a discendere negli inferi e nelle viscere della carne, nel corpo bestiale che racchiude l’anima e la imprigiona. In questi corpi la luce si posa esaltandone le forme, ma allo stesso tempo ne insidia l’integrità plastica e ne corrode le forme sprigionando la potenza espansiva del corpo stesso. Sono edicole di un itinerario iniziatico, stazioni diurne di un trascorrere che presuppone l’alterità, il percorso sotterraneo o notturno del penitente viaggiatore, i Nudi da Testori dipinti come fossero gli aspetti cangianti d’un paesaggio scrutato nel mutare dell’ora e nella diversa incidenza della luce, al cui gioco si deve la loro miracolosa rivelazione. Nella ‘palude’ della pittura di Vacchi, Testori scorgeva il luogo totalizzante del disfacimento e ne contemplava assorto la profondità e l’estensione prima dell’avvenuto definitivo riconoscimento: per questa ragione era inevitabile la convocazione di Giovanni Testori, dei suoi nudi, dei suoi ritratti alla Fondazione Sergio Vacchi.




AA. VV., Greta Garbo, Giorgio Strehler,
La chiamata deserta

Edizioni Fondazione Vacchi
Castello di Grotti 2001, pp. 38

Il mito di Greta Garbo ha ispirato un grande regista, Giorgio Strehler e un grande pittore, Sergio Vacchi; infatti a due anni dalla scomparsa di Strehler sono stati pubblicati dalla casa editrice Aragno tre soggetti cinemetografici del regista, il primo dei quali, “Due volte sola”, prevedeva che la Garbo tornasse davanti alla macchina da presa, che la divina attrice, dopo il ritiro dagli schermi a soli trentasei anni, tornasse al cinema per interpretare un film sugli ultimi anni, di un altra divina: Eleonora Duse. Vacchi, conquistato dal fascino dell’attrice, della donna e del suo singolare destino, alla Garbo ha dedicato nel corso degli anni numerosi dipinti, del genere visionario e onirico che gli è proprio, e di recente, stimolato dalla lettura del testo di Strehler, ha ripreso ed ampliato il tema, aggiungendovi alcuni ritratti del Fondatore del Piccolo.
Il regista e il pittore, lontani dalle convenzioni dello Star system, hanno entrambi lottato per un percorso di ricreazione del tema, per mostrarci un’ultima volta il volto vero, la natura nascosta di un’attrice che rinuncia alla finzione per restare se stessa: “a costo di esibire -dice Strehler- la propria decadenza fisica”, dunque la propria verità. La fondazione Vacchi si propone di promuovere, il 10 e 11 settembre, la presentazione congiunta delle pagine di Srtehler, i dipinti di Vacchi sul medesimo tema e alcune manifestazioni d’omaggio, in terra Toscana, ad uno dei più grandi uomini di teatro del Novecento, potendo contare sulla collaborazione del Piccolo di Milano, e all’Associazione Amici del Piccolo, nella persona del suo Presidente Allemandi.
Nel pomeriggio di lunedì inaugurazione dell’esposizione “Greta Garbo-Giorgio Srtehler: La chiamata deserta” e conversazione – intervista con l’artista. Successivamente nel parco della Fondazione, lettura di brani della sceneggiatura di Strehler da parte dell’attrice Andrea Jonasson, vedova del regista. Infine conversazione – dibattito tra Tullio Kezich e Ugo Ronfani. Nella giornata di martedì porte aperte ai visitatori della mostra; proiezioni di video sulla grande regia di Strehler a cura del Piccolo e valutazioni critiche a cura di Carlo Castellaneta.




Nicola Micieli (a cura di),
Artisti stranieri in Toscana

Edizioni Fondazione Vacchi
Castello di Grotti 2001, pp. 96

Per il prestigio della sua storia medioevale e rinascimentale e per la libertà dei suoi governi illuminati, la toscana è stata, nel corso del Sette e dell’Ottocento, meta privilegiata di artisti e intellettuali europei la cui presenza ha contribuito non poco all’istituzione e alla diffusione d’una sorta di mito della Tuscia felix, per cui nell’immaginario dei popoli il nome della nostra terra è immancabilmente associato all’idea dell’incontro tra le culture. La tradizione dei “grandi soggiorni” si è rinnovata nel novecento ed è ancora oggi assai viva, non più solo nella forma, un tempo canonica del “grand tour” o del “viaggio di formazione”, bensì soprattutto come protratta frequentazione di lavoro o anche come stabile residenza degli artisti. La Fondazione Vacchi intende sottolineare la continuità di siffatta tradizione dedicando una mostra agli artisti contemporanei che hanno scelto la Toscana come luogo di residenza, appunto, o che comunque vi hanno trascorso o vi trascorrono parte considerevole del loro tempo, avendovi trovato condizioni ideali per viverci e operare. Prima di tutto un territorio assai suggestivo e caratterizzato da una sedimentazione straordinaria di valori artistici e storici. Quindi una disponibilità di servizi culturali e tecnici adeguati a ogni esigenza operativa, specialmente completa e avanzata per quelle degli scultori.
Infine una vivibilità gratificante e un’accoglienza sensibile e civile. Per queste ragioni sono centinaia gli artisti stranieri che hanno eletto la toscana a seconda patria, e sarebbe interessante censirli per provenienza e ambiti di ricerca o espressivi onde valutarne il livello e il grado di partecipazione e di incidenza nella dinamica della cultura artistica locale. La Fondazione Vacchi ha puntato su artisti provenienti da numerosi Paesi del mondo e di sicura rilevanza internazionale, limitatamente alla pittura e sue varianti o derivazioni, che è l’ambito su cui intende incentrare le proprie scelte espositive. Per il numero davvero rilevante degli scultori di fama internazionale che risiedono in Toscana, o che la frequentano abitualmente, non sarebbe possibile tentare un’adeguata documentazione, fosse pure esemplare. Non mancherà tuttavia un segno d’attenzione alla scultura, sotto specie di omaggio a una scuola nazionale, quella giapponese ottimamente rappresentata da Naoco Kumasaca, Isamu Noguchi, Yoshin Ogata, Kan Yasuda; Ma nella presente rassegna limitata alla pittura o alle tecniche ad essa riconducibili, compaiono in esterno, negli spazi del giardino rinascimentali del Castello di Grotti, le opere di un solo scultore, il giapponese Yoshin Ogata, del quale si apprezza la capacità di elaborazione formale di un solo tema: quello dell’acqua nel contesto degli elementi che lo manifestano in natura. Altri eminenti scultori sono presenti in questa mostra, ma si tratta di artisti dal duplice volto che affrontano tecniche di confine tra pittura e scultura e di contaminazione dei relativi codici. Sono Daniel Spoerri, Joe Tilson, Julio Silva, Ivan Theimer, Mattew Spender, Gunter Dollhopf, Isao Sugiyama. Lo spirito della natura variamente interpretato, pervade le opere in mostra di Robert Carroll, di Bernd Kaute, di Mikulas Rachlik e di Michael Zyw. Dotata di una forza sorgiva è la pittura di Karel Appel, nel dominio del segno si entra con A.R. Penck e Frank Breidenbruck. Sul segno lavora anche l’americano Gorge D’Almeida, che da molti anni vive, come numerosi altri artisti, nelle colline del chianti. Una componente lirica entra anche nel laboratorio pittorico di Folon, Maro Gorky e Pierre Hamon. Varie declinazioni dell’immagine pervadono le opere di Hermann Halbert, Paul Harbutt, Julio Larraz, Switlan N. Kraczyna, Manuel Ortega, Paul Bell.
Nel catalogo della rassegna è ricostruita, nelle linee generali, la tradizione dei grandi viaggi e degli insediamenti di artisti stranieri in Toscana, con particolare attenzione al passaggio tra Otto e Novecento e all’intero Novecento. Un discorso specifico è stato riservato alla presenza degli scultori nel comprensorio apuano e in Versilia, presso i laboratori del marmo e le fonderie tra Carrara e Pietrasanta, luoghi che hanno visto nascere, in pratica, molta parte della scultura di tutto il mondo e al massimo livello di ricerca e di prestigio. Oltre al saggio introduttivo storico e critico del curatore Nicola Micieli, nel catalogo bilingue (italiano e inglese) sono pubblicate tutte le opere in mostra, le schede biografiche e i curricola degli artisti, una testimonianza critica per ogni artista.




Enrico Crispolti (a cura di),
Il segno espressionista, Beckmann, Dix, Grosz, Kollwitz

Edizioni Fondazione Vacchi
Castello di Grotti 2000, pp. 150

La Fondazione Sergio Vacchi ha organizzato una mostra di carattere europeo contenente i maggiori esponenti dell’ Espressionismo Tedesco presso la sede della Fondazione nel periodo 19 Agosto – 20 Ottobre 2000. E’ nostra intenzione rendere il suddetto centro per le arti luogo di incontro di argomenti ad ampio respiro culturale.
L’esposizione conterrà numerose opere della Kathe Kollwitz che dal 1904c. al 1945, maturò un espressionismo realistico di puntuale denuncia; l’artista studia la figura umana e la sua carica interiore utilizzando sempre strumenti tradizionali privilegiando il disegno e l’incisione.
Sarà inoltre presente la pittura figurativa e realistica tra le due guerre quella che venne denunciata come Nuova Oggettività con i suoi maggiori esponenti: Otto Dix, Georg Grosz, Max Beckmann. Il campo privilegiato dell’indagine degli artisti della Nuova Oggettività fu la situazione della Germania post-bellica, di cui affrontarono la montante realtà industriale, presentando i protagonisti della classe dirigente, cui si contrapponeva, nelle periferie più squallide il popolo dei reduci, dei malati o dei mutilati, degli emarginati e delle prostitute.
Questa pittura, che ebbe come palcoscenico la città, si connotò soprattutto per la lucidità e la freddezza descrittiva emergenti nella maggior parte delle opere, per una inquietante visione del mondo e di una profonda interrogazione di destino. Come scrive il prof. Crispolti: “l’occasione è qui di incontrare a confronto, sul terreno appunto dell’espressione grafica, della funzionalità espressiva del segno, in disegni e in incisioni e litografie, tre maestri storici dell’espressionismo tedesco già maturo, quali Otto Dix, Georg Grosz, Max Beckmann, fra avanzati anni Dieci e Venti, e oltre, e una personalità drammatica che, da una cultura nutrita delle certezze del Realismo, all’inizio del secolo, ha aperto prospettive di esasperazione dichiarativa socialmente contestatoria, da implicata testimone, quale è stata quella di Kathe Kollwitz.” Il linguaggio figurativo della Nuova Oggettività, verista al limite dell’iperrealismo, giunge ad impiegare scenari volutamente falsi e teatrali per sottolineare, con un senso quasi ancora “wagneriano”, la terribilità dell’azione.
Curatori della manifestazione: prof. Enrico Crispolti docente della Cattedra di Storia dell’Arte Contemporanea presso l’Università di Siena.




Nicola Micieli (a cura di), Firenze – Siena,
Incontri ravvicinati

Edizioni Fondazione Vacchi
Castello di Grotti 2000, pp. 92

A un anno di distanza dalla prestigiosa rassegna dell’opera grafica di Francisco Goya, la Fondazione Sergio Vacchi riapre dal 5 maggio al 2 luglio 2000 le sale espositive di una parte del Castello di Grotti con una mostra che vede la presenza di ben trentacinque pittori toscani contemporanei, soprattutto fiorentini e senesi, offrendo un panorama quanto mai vasto e variegato di espressioni artistiche, che sono in buona parte dedicate ad ambienti e paesaggi tipici del territorio toscano. L’omaggio squisito, voluti da Marilena e Sergio Vacchi, che qui si rende alla pittura di due luoghi giustamente celebri della toscana, pare quasi un fiore di pietra gettato dalle dolci colline senesi a smuovere un costume espositivo troppo spesso penalizzato per gli artisti che hanno operato e operano nel territorio, ma certo non per questo marginali o insignificanti nel più ampio contesto nazionale; un panorama che include tre generazioni di artisti e appare assai variegato nelle declinazioni linguistiche e negli esiti stilistici. Tra gli artisti fiorentini presenti nella rassegna compaiono: Luca Alinari, Dino Benucci, Vinicio Berti, Umberto Buscioni, Fabio De Poli, Walter Falconi, Mario Fallani, Enzo Faraoni, Fernando Farulli, Walter Fusi, Riccardo Guarnirei, Romano Masoni, Eugenio Piccini, Gualtiero Nativi, Giuliano Pini, Mikulàs Raclìk, Piero Tredici, Piero Vignozzi; Mentre gli artisti senesi presenti sono: Marcello Aitiani, Paolo Barbagli, Otello chiti, Francesco Cocola, Giancarlo Ferrandi, Vittorio Fosi, Anna Lisa Giovannelli, Stefano Malevoli, Fabio Mazzieri, Carlo Pizzichini, Ezio Pollai, Piero Sadun, Alyson Roux, Marco Salerni, Enzo Santini, Carlo Semplici. Occorre inoltre avvisare che la rassegna “incontri ravvicinati”, non voleva né poteva essere altro che esemplare: se nel caso di Siena e dintorni si può affermare che essa documenta almeno il ventaglio delle tendenze in campo, peraltro senza esaurire il novero delle personalità attive o anche solo emergenti, in quella di Firenze, le forzate lacune sopravanzano abbondantemente in questa sede. Nell’iconografia del presente catalogo sono state mantenute distinte dal curatore Nicola Miceli le due rappresentanze, operando combinazioni dettate dalla compatibilità visiva delle immagini affrontate e suggerendo possibili arbitrari percorsi.




AA.VV., Francisco Goya al Castello di Grotti.
L’opera grafica

Editoriale Giorgio Mondadori
Milano 1999, pp. 175

Opera grafica di Goya. Nel 1999 la Fondazione ha inaugurato la sua attività con l’esposizione dell’opera grafica di Goya, circa 260 incisioni.

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Indirizzo
Fondazione Vacchi - Castello di Grotti
Ville di Corsano
Monteroni d'Arbia 53014
Siena

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